Dopo la presentazione del caso, passiamo direttamente ai fatti.

Le cavie erano impegnate in una discussione razzista via e-mail, della quale sono venuto a conoscenza per mezzo dell’invio in copia al mio indirizzo e-mail.

Dopo aver preso di mira i cittadini non italiani, i soggetti sono passati a prendersela con gli italiani, in un carosello di luoghi comuni, pregiudizi ed idiozie sparse che ne rappresentava la personalità disturbata e potenzialmente criminale. Ad avvalorare la tesi si considera il fatto che i soggetti avevano la convinzione di non essere osservati da elementi esterni al loro gruppo, abbandonando ogni controllo sulle parole utilizzate.
Molto probabilmente nessuno di loro è abbastanza coraggioso da esprimesi allo stesso modo in un ambiente non ristretto ai soli spalleggiatori. Tale deduzione proviene dall’osservazione della forte dose di insicurezza e vigliaccheria che caratterizzano il razzista isolato dal branco di suoi simili.

Il mio intervento s’inserisce dopo il riferimento esplicito alla città di Napoli ed ai suoi abitanti. Come è noto, le falsità diffuse nel nord-est a questo proposito sono tali da occludere del tutto una visuale libera e verosimile su quello che è uno dei maggiori centri culturale d’Europa.

Ho risposto a mio modo, con garbo e precisione. Ho svelato la mia presenza come osservatore e nel contempo ho presentato affermazioni in evidente contrasto con le posizioni intolleranti dei soggetti, benché tutte incontestabilmente esatte.
Di seguito alcuni estratti:

E’ cosa nota a tutte le persone di buon senso che Napoli è una delle città più straordinarie dell’intera storia dell’umanità.

Gran parte della cultura prodotta in Italia in tutta la sua storia si deve direttamente o indirettamente all’influenza di Napoli e dei napoletani. Io stesso avrei voluto essere nato a Napoli.

la napoletanità è un sentimento che va al di là della banale nascita anagrafica poiché nessuno può restare a lungo straniero a Napoli.

L’assenza cronica dello Stato ha favorito la nascita e la persistenza di una criminalità organizzata endemica, tipica di ogni situazione analoga. In aggiunta a ciò, la connivenza della politica con le attività criminali ne ha reso stabile il controllo del territorio. I politici ottengono potere personale ed i criminali possono estendere le loro attività economiche a livello internazionale. Il centro direzionale resta in Campania, a dispetto della gente onesta, perché per la politica nazionale Napoli ed i napoletani sono considerati carne da macello.

Ultimo esempio eclatante di ciò è la vicenda della gestione dei rifiuti, fonte storica di guadagno locale per la camorra, che da decenni, in collaborazione con industrie di tutta Italia, in particolare del nord-est, ha smaltito abusivamente i rifiuti pericolosi sul territorio della Campania.
Il tentativo di portare ordine e legalità in questo scempio da parte degli amministratori locali ha provocato l’esplosione del problema degli ultimi anni: la criminalità organizzata ha bloccato la raccolta.

Il problema non è stato risolto. Gli annunci trionfalistici dell’attuale capo di governo sono privi di contatto con la realtà. Questo governo non ha ottenuto risultati. E’ stata portata a termine l’operazione d’emergenza preparata dal governo precedente, nulla di più. Il problema non è stato risolto prima, nè lo è adesso.

Chi crede, poi che un capo di governo pregiudicato e amico di boss mafiosi possa muovere un dito contro i criminali che l’hanno aiutato ad imbrogliare l’Italia, non è solo un illuso patetico, ma un complice.

Come mi aspettavo, le risposte dirette alle mie affermazioni sono mancate del tutto, presentandosi invece reazioni scomposte, violente ed infantili. Saranno riportate ed analizzate nel prossimo articolo della serie.

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  1. Koc ha scrcitto quanto segue il 19 novembre 2008 alle 00:46.

    Resta da capire come mai al nord razzismo, intolleranza e – quando va bene – diffidenza, abbiano attecchito così bene.
    Finora, in Italia Cisalpina abbiamo avuto buone scuole pubbliche (elementari almeno), benessere privato (non pubblico) e democrazia.
    Eppure, negli ultimi 20 anni, la Lega – il partito che incarna il desiderio di esclusione degli immigrati italiani e stranieri – ha avuto un successo sempre maggiore.
    In TV ho sentito dire che molti votano Lega perchè stufi delle tasse; altri sono rimasti spaventati dai molti servizi televisivi concernenti le prelativamente poche rapine in villa (in rapporto al numero di benestanti); altri ancora non si abituano all’idea di avere un vicino di casa mussulmano…
    Ma insomma: credi che risolveremo il problema semplicemente dicendo che i razzisti sono persone malate? Per lo Stato, al momento di votare, essi non lo sono. Per le prossime elezioni si prevede la Lega al 35%. Non è ora di cominciarsi a chiedere come mai tanto successo? Cosa abbiamo fatto come democratici progressisti per rassicurare la gente circa gli effetti dell’immigrazione?
    Nell’età delle televisioni, che obnubilano la mente dei più, impedendo loro di ragionare e capire il cambiamento, penso che – anzichè tacciare gli intolleranti per quello che sono – dovremo parlare con lessi.
    Sono sicuro che non si tratta di insegnare qualcosa a qualcuno. Secondo me, se si parla, assieme come pari, si capisce che razzismo e diffidenza sono sentimenti inutili, oltrechè dannosi.
    Nessuno si rende conto che i poteri forti ci vogliono abulici e succubi davanti al televisori, ma fascisti duri e puri nella società dedita a denaro e successo esclusivamente personali?

    Rispondi a Koc
  2. Aleks ha scrcitto quanto segue il 19 novembre 2008 alle 11:30.

    Il primo passo per comprendere un fenomeno è analizzarlo. Per analizzare una ondata di influenza non si parla con i malati, ma li si studia in modo scientifico.
    La reazione razzista concentrata dove si concentrano anche denaro e benessere di per sé è autoesplicativa. Devo aggiungere che dalla mia osservazione diretta risulta evidente un’istruzione media più bassa. Istruzione intesa come fenomeno di ‘analfabetismo di ritorno’, ovvero la tendenza a perdere parte della scolarizzazione nel corso degli anni.
    L’ignoranza che ne deriva, sommata all’influenza della propaganda mediatica, influenza le menti disabituate alla razionalità e quindi incapaci di comprendere ciò che tuttavia assorbono.

    La responsabilità è da ricercarsi nella mentalità tipica di una società che non ha avuto uno sviluppo culturale analogo a quello economico: il Veneto è passato infatti da una situazione di arretratezza in tutti i settori del decennio post bellico alla pioggia di denaro giunta con i provvedimenti governativi degli anni sessanta. Tale sconvolgimento della vita economica durante una sola generazione ha impedito quella gradualità che permette lo sviluppo di una cultura differente da quella prevalentemente agricola e tradizionale precedente che s’è comunque disgregata nelle nuove condizioni.
    Ne deriva una diffusa mancanza dei valori tradizionali di accoglienza e condivisione, nel terrore inconscio (tipico della ’seconda generazione’ degli arricchiti) di perdere il proprio benessere nel caso di un qualunque cambiamento.

    Tutto ciò può spiegare la chiusura mentale presente nel veronese e nel vicentino, in particolare nelle zone geografiche i cui abitanti indigeni sono meno soggetti a contatti con il mondo esterno. In altre zone del nordest non ho effettuato osservazioni dirette, per cui posso solo inferire sitazioni analoghe da informazioni indirette.
    Su questa base teorica, l’analisi diretta di soggetti di studio può confermare almeno parzialmente le tesi esposte.

    Detto questo, il razzismo resta un fenomeno fonte di violenza e disgregazione della società. Inoltre rappresenta una deviazione legata ad un certo modo di intendere la realtà, ovvero una degenerazione della socialità, è a tutti gli effetti assimilabile ad una malattia mentale, al pari delle altre patologie antisociali e criminali (non è un caso che il razzismo sia un reato). Dunque il razzista è un malato di mente, per di più pericoloso. Come tale va curato e controllato in modo che non provochi problemi vagando liberamente per le strade.

    L’idea di poterci discutere è fantasiosa, ma non realizzabile. Per discutere è necessario utilizzare gli strumenti razionali della mente umana. E ad oggi non esiste alcuna evidenza che un razzista sia in grado di farlo. Il caso di studio da me condotto ha accertato proprio questa incapacità intellettiva.

    Ovviamente è sempre possibile che i soggetti si ravvedano, dimostrandomi il contrario: il modo per contattarmi lo conoscono.

    Rispondi a Aleks
  3. Koc ha scrcitto quanto segue il 19 novembre 2008 alle 22:47.

    Non parlavo esclusivamente dei soggetti della lite.
    Ribadisco la necessità del confronto. I razzisti sono tecnicamente dei malati mentali? Bene: i manicomi non esistono più e la società ha il dovere di far integrare anche i malati mentali.
    I razzisti hanno diritto di voto; gli immigrati senza cittadinanza, no. E’ questa la realtà: che piaccia o meno.
    Se io non avessi studiato, molto probabilmente sarei diventato leghista anch’io: sono attaccatissimo alla mia terra e mi piacciono le tradizioni venete. Ma all’università ho conosciuto gente da tutta Italia e anche stranieri. Gente letteralmente fantastica, che mi ha fatto capire come l’unica razza esistente sia l’uomo.
    Parli giustamente di analfabetismo di ritorno. D’accordo: vuol dire – ed è proprio questo il punto – che è ora di adoperarsi per una ri-alfabetizzazione sociale di massa.
    Se gli abitanti del territorio accogliente perderanno diffidenza e intolleranza, tutto il tessuto sociale di quel terriorio avrà esclusivamente benefici.
    Ma la nuova alfabetizzazione non può seguire un percorso a senso unico docente-discente: serve il confronto. Occorre persino forzarlo, se necessario.
    Le persone non si dividono in buoni e cattivi: siamo tutti sfumature del caleidoscopio umano fatto di bontà e cattiveria.
    La convivenza è possibile.

    Rispondi a Koc
  4. lucyintheskywd ha scrcitto quanto segue il 20 novembre 2008 alle 03:53.

    Considerare isolati gli episodi di razzismo degli ultimi giorni, sia che riguardino immigrati, sia che riguardino gli stessi italiani, sembra quanto meno ridicolo. La cosa preoccupante è che – mi pare – si stia gradualmente procedendo verso una sorta di accettazione sociale di questa tendenza, probabilmente anche a causa dell’atteggiamento lassista, e in alcuni casi negazionista (come balza agli occhi dalle notizie degli ultimi giorni) del mondo politico

    Rispondi a lucyintheskywd
  5. Aleks ha scrcitto quanto segue il 20 novembre 2008 alle 12:29.

    @Koc:
    “Ribadisco la necessità del confronto.”
    La necessità è monca senza la volontà di confrontarsi. Il mio studio serviva a stabilire la possibilità di un dialogo. Possibilità che nei casi analizzati s’è rivelata inesistente per la totale chiusura mentale dei soggetti, come andrò a dimostrare nei prossimi articoli.

    “I razzisti sono tecnicamente dei malati mentali? Bene: i manicomi non esistono più e la società ha il dovere di far integrare anche i malati mentali.”
    L’integrazione dei malati mentali passa attraverso il loro recupero clinico. Più volte ho infatti esortato i soggetti a lasciarsi curare ed a seguire alcuni consigli terapeutici. Anche questo tentativo ha trovato stolida opposizione.

    “I razzisti hanno diritto di voto; gli immigrati senza cittadinanza, no.”
    Per questo il problema sono i razzisti, non gli stranieri.

    “sono attaccatissimo alla mia terra e mi piacciono le tradizioni venete.”
    E’ normale essere attaccati alla propria terra d’origine. Ma questo non ha nulla a che vedere coi razzisti. Costoro sono al contrario talmente privi di attaccamento alla propria terra da doverlo surrogare patologicamente con l’odio per ciò che è diverso. L’attaccamento alla propria terra è direttamente proporzionale allo spirito di accoglienza verso gli altri. In questo essere razzista vuol dire odiare soprattutto se stessi e la propria terra senza essere capaci di rendersene conto. Cominci a vedere la patologia in tutto ciò?

    “è ora di adoperarsi per una ri-alfabetizzazione sociale di massa.”

    Sai anche in che modo? Nel mio piccolo scrivo e diffondo le mie idee in proposito ogni volta e con ogni mezzo a me disponibile. La presente discussione ne è testimonianza.

    “Se gli abitanti del territorio accogliente perderanno diffidenza e intolleranza, tutto il tessuto sociale di quel terriorio avrà esclusivamente benefici.”

    La diffidenza di per sé non è un problema finché non è guidata da discriminazioni basate su pregiudizi. Per esempio non è un male diffidare di chi appare in preda ad accessi di violenza: in questo caso sto discriminando secondo un giudizio oggettivo. Si prova diffidenza verso chi o cosa non si conosce, cosa del tutto normale e che precede la conoscenza ed il giudizio. L’errore nasce quando tale giudizio precede la conoscenza (pre-giudizio), basandosi dunque su considerazioni astratte.

    A seguito di tale malfunzionamento psicotico, le differenze generano automaticamente falsi giudizi negativi, creando un corto circuito mentale tra diversità e pericolo. Si genera cioè una discriminazione basata non sulla qualità della differenza, ma sul fatto stesso che esistano differenze. Se infatti è corretto discriminare negativamente una persona armata rispetto ad una disarmata (la differenza, l’arma, è oggettivamente una minaccia), è invece psicotica la discriminazione aprioristica di ciò che è diverso (in tal caso la dicotomia ‘armato/non armato’ assume lo stesso valore di ‘occhi verdi/occhi marroni’, ‘basso/alto’, ‘italiano/straniero’, ecc.).

    Anche l’intolleranza ha una sua funzione specifica nel regolare la convivenza civile. Ed allo stesso modo ha precisi limiti oltre i quali si può parlare di comportamento malato. Per esempio io non tollero che qualcuno si metta a fumare nonostante il divieto (oggettivamente è un comportamento contrario ai principi di convivenza). Supererei il limite della sanità mentale se per questo dovessi odiare tutti i fumatori (in tal caso sarei io un pericolo per la convivenza). Il meccanismo è analogo a quello illustrato in precedenza.

    “Ma la nuova alfabetizzazione non può seguire un percorso a senso unico docente-discente: serve il confronto. Occorre persino forzarlo, se necessario.”

    No. L’alfabetizzazione presuppone un passaggio di conoscenze da chi le possiede a chi invece ne è privo. Dunque deve necessariamente procedere in un unico senso. Il confronto casomai è necessario prima, per stabilire quali siano le lacune da colmare, e dopo, per verificare il raggiungimento degli obbiettivi. In entrambe le situazioni, dialogo ed informazione, le forzature non aiutano a raggiungere lo scopo.
    In ogni caso un nuovo processo di apprendimento risolve l’ignoranza, non la malattia. Dunque richiede la preventiva rimozione dei blocchi conoscitivi patologici. In altre parole si può insegnare all’ignorante, non al razzista: costui deve prima essere guarito dai suoi problemi mentali.

    “Le persone non si dividono in buoni e cattivi: siamo tutti sfumature del caleidoscopio umano fatto di bontà e cattiveria.
    La convivenza è possibile.”

    Infatti non ho scritto nulla del genere. Io sto parlando di malattia sociopatica, non c’entra nulla con la cattiveria.

    Rispondi a Aleks
  6. Aleks ha scrcitto quanto segue il 20 novembre 2008 alle 12:38.

    @lucyintheskywd:
    Concordo con quanto scrivi, anche se mi pare che nessuno qui consideri ‘isolati’ gli episodi (frequenti) di questi mesi.

    Rispondi a Aleks
  7. mariam ha scrcitto quanto segue il 23 novembre 2008 alle 19:20.

    @Aleks

    temo che lucyintheskywd non intendesse che qui qualcuno avesse detto che gli episodi di razzismo a cui abbiamo assistito sono isolati; ma che più persone in Italia, alcuni mass media locali anche, li abbiano considerati tali.

    E’ un bell’articolo e sono felice di sapere che non sono l’unica che ha visto scrivere certe cose sia sugli italiani stessi sia sugli immigrati, ma anche su persone di religione diversa non solo presunta razza diversa.
    Non mi meraviglio affatto di ciò che le hanno detto, penso di aver ricevuto gli stessi trattamenti o forse peggio chi lo sa, nel momento in cui ho tentato di razionalizzare il mio pensiero in modo corretto ed educato.
    Devo dire però che ho smesso anni fa di razionalizzare il mio pensiero e di cercare di capire i razzisti.
    Non penso però che si possano definire dei malati di mente, sarebbe dargli delle attenuanti a livello legale che non sarebbe giusto concedergli, visto che il razzismo è un fattore di pura ignoranza, di solito sono ignoranti le persone che non studiano (non riferito necessariamente ad avere una laurea, ma all’esigenza stessa della cultura).
    E sono razziste le persone ignoranti che non riescono a guardare l’altro con una mentalità razionalmente aperta ad un persona diversa o semplicemente con cognizioni diverse dalle loro, non riuscendo a comprendere questa diversità come un accrescimento della loro cultura ma vedendola come un’oppressione della propria cultura che in realtà non vi è.
    In fondo chi è sicuro delle proprie idee non può avere paura delle idee degli altri…^^

    bel blog, sul serio, se non le dispiace lo segno e passerò di qua ogni tanto anche se magari non scriverò sempre un commento.

    buona domenica

    Rispondi a mariam
  8. Aleks ha scrcitto quanto segue il 23 novembre 2008 alle 23:00.

    Mariam:
    Grazie per il commento, ma non darmi del lei :-) .

    Parlo di ‘malattia mentale’ in senso tecnico per indicare una distorsione nella percezione della realtà.
    La differenziazione in ‘razze’ ed il loro rispettivo diverso ‘valore’ non può infatti essere considerata una ‘opinione’ od una ‘idea’.

    Un disturbo percettivo è più o meno presente in chiunque di noi ma nella maggior parte dei casi ha effetti sul comportamento che non rappresentano un problema: timidezza, fobie varie, ecc.

    Nel caso del razzismo, invece, la fobia (xenofobia) può in qualunque momento scatenare reazioni violente contro gli altri membri della comunità. Per questo ritengo ci siano analogie con altri disturbi mentali.

    L’origine di tipo culturale differenzia il razzismo da altre patologie, ma tutto sommato non di molto se si considera che una componente legata al vissuto delle persone è sempre presente. Ed è pur vero che molti razzisti hanno in ogni caso un certo grado di istruzione, così come l’assenza di istruzione non rende razzisti.

    Rispondi a Aleks

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